la banchina

Leslie Ann O'Dell

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se penso la piccola soglia quando fingo di credere vere
le scuse battute come piste, sentieri verso il mio nome
quanto ignorante e infetto suturare la striscia smarrita
come Pollicino ho tentato di filo perduto
smangiucchiato scomposto in percorsi più sciapi

Consegno al tratto il rio del fosso
il salto nel pantano, ho estratto dal fodero la penna stilo
(quella feticcio partoriente pensieri), ho inciso di punta
sperata capace invece era secca, sillabe asciutte
senza solco peso dimora – e – mi sei tornata in mente

nell’espressione nella voce nel gesto nel polso piegato, la mano
che mormora il dire la tua voglia di stare quel buio profondo
lo sguardo ritorto, all’interno, cieco di chi non crede altro lato
qualcuno

 

Angelique

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mi decido per un foglio bianco
colore non a me predestinato
e sono così fragili le ossa di una curvatura stagna
ingobbita tartaruga ride del tempo, sfodera dentini
per obliterare i varchi

ognuno aspetta nessuno – quando modera la notte (ma)

Angelique smette le ali – vola – come una farfalla
appesa all’incestuoso senso fatto ramo di ciliegio
bacchetta di un dolore esponenziale, a scelta
d’eterocromia latente riempie la bocca di parole rosse
come frutti o sangue claudicanti, d’interrotto scioglilingua

 

yin e Jung

yin e Yung

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ho legato la mano destra alla legge mancina
che mi genera docile sulla tua terra
non so vincere semplice non trovo sinonimo
eppure dire di costruire un’arca prima del tempo
per giorni di sole, in controluce – è una difficoltà indotta
timore di perdere il rastrellamento delle dita sui capelli
come onde di un mare di tristezze [carezze] svolte ai piani
di un isolamento cosmico
[io]_________________________appoggio la gota sul palmo
può rimbalzare a lungo oppure di striscio essere peso, fortuito
di un – caso – che shakera il cuore, lo frulla, d’amore

 

di fuga Soluta

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pensavo ai conigli tra i fiori
alle valvole d’oro dell’universo
che se una ti chiama l’altra ti tiene ossidi il tempo
lo spingi a svanire bisogna argomentare un atto

_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/ rivoluzionario

che dondoli il nome del non accaduto cosìforte
se il fiore dell’ora è una soglia
rotola il mondo su sé sottilmente, inclinando l’orecchio
su Pegaso al dorso, inspirarne il rumore

.

[14-05-14Doris —-<–@ dedic. Paolo e Lola]

.

manco da molto – qui – ma forse nemmeno, io non abbandono mai solo a volte scompaio da qualche parte benebene non so dove, ma vicino, credo… ricomincio ad abitare con questa poesia, esistita da sempre in due modi che non riesco a disgiungere una rivelata l’altra gemella la tiene per mano con una sola parola diversa (due). Dedicata a Paolo (che non mi legge) e a Lola (che non mi ha mai letto), a loro grazie, per molto ❀…

.

[menzione speciale al Premio Lorenzo Montano 2016 sezione una poesia inedita]

Circonduzione di capace (la danza)

fiori per theda

Sfuma anche la rabbia parole come stillicidio dei giorni
chiaroveggenze figurate di: vene, slabbramenti agli orli
e silenzio – ombra – vuoto – anima – grumo come
stelle – luna – cattedrali – gabbiani sì, anche loro

mi fanno vomitare
gli spalancamenti sgocciolati, non per voyeurismo di misura
ma nel ventre ripetuto così tanto, oh tanto di tanto in tanto
da perdere diritto di dimora gli organi interni {*femminili*}

Non sei tu che chiamo nei paraggi di una me qualunque
a ogni ora, di ogni giorno – qualunque giorno, di cui penso
non ci sarà più tempo, non ci sarà più modo
di fingerti astrazione scantonando verosimilari versi per asporto

i vagoni sono pieni di giunchiglie trapassate
aghi di pino sotto la vestaglia (in lana di lama) fino al soffitto
non teme coricarsi il fachiro di fiducia e il fianco
il fianco amabilmente sanguina, a ruota di pavone

_______________________________________________________inedito

OLTREVERSO il latte sulla porta

Oltreverso il latte sulla porta poesie Doris Emilia Bragagnini

Oltreverso, il latte sulla porta
poesie di Doris Emilia Bragagnini ZONA 2012 pp. 100

dalla Prefazione di Augusto Benemeglio

[…]Contro il silenzio e il rumore invento la Parola, libertà che si inventa e mi inventa ogni giorno”, scrive Octavio Paz, e la Bragagnini lo segue come una fedele allieva. La sua è una poesia solitaria, per solitari, spiriti aristocratici, che non cercano la complicità delle passioni, ma la lampada che ti guida all’ingresso del sogno, la bilancia che pesa la verità e il desiderio, l’osso fiorito per attraversare “un labirinto da tradurre/ quella morsa attorno al collo/ come ciondolo di morte” (vds.pag.73).

E’ la poesia della solitudine, dell’insonnia, della sterilità, della frammentazione, della disgregazione, della morte. Che non ha paura delle trappole, delle insidie, delle mani vuote, dei movimenti delle nubi, del tremore degli alberi, dello stupore dello spazio, degli assoluti, dell’eternità con i suoi angeli e demoni. L’inferno e il paradiso stanno già su questa terra. Nessuna chiesa, nessun partito, nessuna ideologia, e persino l’erotismo, il grande feticcio del nostro secolo freddo e crudele, salva dalla distanza, dalla dissolvenza, dall’autodistruzione “[…]

Eppure questa poesia “oltre verso” che va oltre tutte le lacerazioni, gli incroci sui binari, i salti nel buio e i fiumi rossi, questa poesia fatta di parole “contro”, che è senza frastuoni e priva d’ogni retorica, sempre sul filo del rasoio tantrico-poetico-funzionale, questa poesia fedele ai passi cronologici e ai singoli livelli di crescita, non è mai fine a se stessa; si fa ponte fragile di parole, mediazione, diventa voce del linguaggio, particella di realtà e verità osservabile, che è di tutti e di nessuno, dimensione metafisica tra qui e un “altrove” misterioso. E per un attimo, chissà, forse ti svela quale sia il sentiero da percorrere, la porta o il pertugio, la via di fuga da attraversare, il punto meno buio, il fosfeno che si accende nella tenebra e ti conduce là dov’è – forse – la vita vera.

[…] Quello di Doris è un viaggio di ritorno dalla Lontananza-Dimenticanza, dall’Oblio, dalla Memoria della propria Itaca, luogo nel quale non si è mai realmente stati, né mai partiti […]
Augusto Benemeglio
 Roma 29 ottobre 2011_

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Serra d’inverno (solvente 12)

img. Mimmo Jodice per Serra d'inverno di Doris Emilia Bragagnini

filtra ad angolo retto la vita_sul linoleum]
investe il bidone d’acciaio schiacciato alla parete

sono forse luci vere quelle, franate
a capoverso di corsia
un’ovatta scintillante captapensieri
se chi mi dice il nord è compagno di sventura
e la linea d’orizzonte guarda basso

ma noi avremmo inciso i polsi a pleniluni e cioccolato
tanti tempi in un bicchiere solo tuo
da passarmi sulla fronte         dopo

tu mi toccavi come le spighe correndo
il viso verso l’alto, senza mai spiegare il chicco

________________________________________img Mimmo Jodice

claustrofonia

per Claustrofonia di Doris Emilia Bragagnini immagine di Rita Bernstein

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi, uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky ”

_______________________________img Rita Bernstein

diffrazioni d’osservanza (fard à paupière)

img Susan Burnstine - per: diffrazioni d'osservanza ... Doris Emilia Bragagnini

non un vuoto contundente, così ampio
da tacermi – il luogo esponenziale è filmico
una ghirlanda d’aglio e fiordalisi morbida nel fiume
e un collo troppo piccolo per sostenere il cappio

sorprende poi di frodo come un letto richiudibile
due ante sulla steppa, il freddo dei natali di ogni giorno
lampadine ciondolate sopra il piatto da cocomero
(se non per questo – me – adesso
o la brina nei campi d’inverno quanto il fiato
avvampare d’incenso, braccia spiegate, all’essere viva)

mi tagliarono la coda, giace lì nel nylon, il colore sbiadito
nero pervinca di notti a venire, nello zoo del Tennessee
qui tra le stecche di un video su strada filtrano bucce per fard à paupière
– fiori di vetro – a due passi dal mondo, piena una slitta, da riempire galere

___________________________________________img Susan Burnstine

MetroNOmia (tema di)

img Frantisek Drtikol, testo MetroNOmia di Doris Emilia Bragagnini

Nel molleggio ipnotico
di una coda bianca
metronomia toltami dagli occhi
scorre – poi – il cilindro della vita

alla tempia quel gennaio
ripetutosi nel rosso
divorante/dissipato tra le cosce
che i giorni contati (tiratura limitata)
sono proiettili di gomma “per signore”
filano e nemmeno te ne accorgi

non lo sapevo allora
lo credevo malattia, vincolo segreto
da scontare in mimetica d’assalto:
il grembiule d’ordinanza
giusto il fiocco esonerato
a pareggio forse, dello stesso colore
s e g n a l e t i c o tra i banchi

Ora servo una cortina
si studiano le mosse, se si brucia è d’immenso
si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli
solo – si osa – abbassare lo sguardo
così, come un grilletto

____________________________(D.E.B. giugno 2011)
____________________________foto František Drtikol