OLTREVERSO il latte sulla porta

Oltreverso il latte sulla porta poesie Doris Emilia Bragagnini

Oltreverso, il latte sulla porta – poesie di Doris Emilia Bragagnini
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Prefazione di Augusto Benemeglio

1. La Pantera

Non leggete Oltreverso (il latte sulla porta) di Doris Emilia Bragagnini se non amate l’enigma, il rischio, il labirinto, i voli alla Icaro e le cadute, terribili, dello spirito, la vibrazione dei cieli più bassi; non lo leggete se non amate i viaggi, gli smarrimenti dell’io (“attraverso i versi mi cerco, cerco di trovare tracce di me”) e il mare, che è innanzitutto uno stato d’animo, un’inclinazione emotiva, una vocazione congenita alla propria natura. Non lo leggete se non amate i giochi di memoria e le sue vertigini, il latte, i gatti e i felini nobili, soprattutto la “Pantera” di Rilke, che è, secondo l’autrice, la chiave di volta delle liriche, dove più si riconosce (…”quel lampo – dice Doris – che solo per un attimo squarcia il velo sulla pupilla e poi si smorza nel cuore, io lo avverto quando scrivo, solo allora comprendo che “forse” per un attimo esisto”).
Se si va nei seminterrati della sua anima (Chiamo docili le ore/ lumi di lusinghe instabili/ corde rotte di violino /- gatti da tacere – / a mani sulla bocca– vds.pag.27), o nelle sue oscillazioni e “inclinazioni di luce” (Potesse uscire/questo squarcio eterno/ arrotolarsi su se stesso e scorrere / come varco tra le nuvole/ inclinazione di luce in bilico – vds.pag.39), è facile trovarsi davanti alla Sfinge di Edipo perché la sua poesia è fatta di oggetti linguistici-emotivi (“Quando uso una parola, essa simbolicamente assume la forma dell’immagine che vorrei rendere, cerco di fletterne il senso alla mia decisione”), è un rischiare tutto a una sorta di roulette russa della propria ricerca esistenziale, è un arrampicarsi sugli alberi per vedere l’effetto che fa (veder meglio l’orizzonte, o avvicinarsi di più al cielo?); è farsi oracoli involontari, o fare gli indovini di se stessi, e leggere nelle pieghe delle tue mani-versi i profili oscillanti del tuo futuro, che è poi il futuro dell’Umanità.

2. La Parola

“Contro il silenzio e il rumore invento la Parola, libertà che si inventa e mi inventa ogni giorno”, scrive Octavio Paz, e la Bragagnini lo segue come una fedele allieva. La sua è una poesia solitaria, per solitari, spiriti aristocratici, che non cercano la complicità delle passioni, ma la lampada che ti guida all’ingresso del sogno, la bilancia che pesa la verità e il desiderio, l’osso fiorito per attraversare “un labirinto da tradurre/ quella morsa attorno al collo/ come ciondolo di morte” (vds.pag.73).
E’ la poesia della solitudine, dell’insonnia, della sterilità, della frammentazione, della disgregazione, della morte. Che non ha paura delle trappole, delle insidie, delle mani vuote, dei movimenti delle nubi, del tremore degli alberi, dello stupore dello spazio, degli assoluti, dell’eternità con i suoi angeli e demoni. L’inferno e il paradiso stanno già su questa terra. Nessuna chiesa, nessun partito, nessuna ideologia, e persino l’erotismo, il grande feticcio del nostro secolo freddo e crudele, salva dalla distanza, dalla dissolvenza, dall’autodistruzione: “… e se spingo sull’orecchio, dove si annida il fiato/ una colata a bassa distorsione non risparmia – accordi osceni -/ corde d’ultimo piacere i nostri vincoli, il mio succhiare spago/ che sfilaccia di sapore lungo l’argine che ci siamo dati” (vds.pag.88) // tu vieni e sverni, dentro le fessure della mia levigata inapparenza / un lampo d’improvviso, fame, a incupirti gli occhi/ diagonali di controllo in briglie un po’ allentate, scioglimenti al ruolo/ sotto ciglia di ragazzo, pronto a mietere respiri (vds.pag.88).
Eppure questa poesia “oltre verso” che va oltre tutte le lacerazioni, gli incroci sui binari, i salti nel buio e i fiumi rossi, questa poesia fatta di parole “contro”, che è senza frastuoni e priva d’ogni retorica, sempre sul filo del rasoio tantrico-poetico-funzionale, questa poesia fedele ai passi cronologici e ai singoli livelli di crescita, non è mai fine a se stessa; si fa ponte fragile di parole, mediazione, diventa voce del linguaggio, particella di realtà e verità osservabile, che è di tutti e di nessuno, dimensione metafisica tra qui e un “altrove” misterioso. E per un attimo, chissà, forse ti svela quale sia il sentiero da percorrere, la porta o il pertugio, la via di fuga da attraversare, il punto meno buio, il fosfeno che si accende nella tenebra e ti conduce là dov’è – forse – la vita vera.

3. La Voce

In “Oltreverso” tutto, in realtà, si riduce a voce, voce appena percettibile, di un destino che è misterioso, come il mare, lo sguardo di un bambino, la mano esitante di un vecchio che vorrebbe carezzare o artigliare l’ultimo istante (Credo sia questo essere poeti, – dice l’autrice – aver ricevuto con il dna il dono o la dannazione di un modo di sentire le cose che, per quanto mi riguarda, ho sempre inteso scorticante, l’inflazionato “senza pelle”).
Ma qualsivoglia nome vogliamo dare a questa voce – ispirazione, inconscio, azzardo, accidente, rivelazione – essa rimane la voce di ciò che è altro. E così la sua diventa una vera e propria voce nuova, originale, inaspettata, inattesa, quasi non voluta ma necessaria, ed ecco il suo “Verso oltre verso”, che nessuna chiesa, nessun partito, nessun sindacato, nessuno Stato può aver interesse a diffondere (ogni Governo ammazza almeno un poeta al giorno, diceva, più o meno, Apollinaire), trova la sua via, il suo spazio, il suo centro e la sua vitale esistenza nel mondo spazzatura – ma con qualche oasi – di Internet, con i suoi blog, i suoi link, i suoi url, i suoi account, etc. Questo mondo virtuale, di cui nessuno può fare a meno nella nostra civiltà, accoglie questa voce dispersa che si fa vaso libro letto disco lampada lapis ritratto musica chiodo tempio vivo, immagine nuda con tutte le sue ferite, le cicatrici, le deturpazioni, i lampi di violenza, le stelle e la polvere, con tutta la sua feroce implacabilità. “ Fu necessario che il guardare artistico – scrive Rilke alla moglie Clara, scultrice – trovasse prima l’animo di scorgere l’esistente anche in ciò che orribile e in apparenza solo ripugnante; quell’esistente che ha gli stessi diritti di ogni altro esistente”. All’artista non è dato di scegliere, ed ecco allora apparire una sorta di cadavere profanato, senza gioielli, privo di ornamenti, coperto solo di poesie (… come una marea/ che – liscia e liscia -/ passi questa tomba scabra/ come bocca disseccata e / a nulla vale il latte sulla porta -vds.pag.82). Tutto il suo corpo ormai è solo scrittura, e va “verso” qualcosa, in una direzione che può essere liquidazione e distruzione, o barlume di speranza, non lo sappiamo ma tutto ciò è bello da vedere e da seguire come un sentiero di canti lungo il fortino rosso, come un albero-dio con un nome immortale, e una corona di spine nel punto più alto: “Nel nido più alto/ lo squarcio nel cielo/ induce al raggiro/ che io torni e traduca / il verso oltre verso”- (vds.pag23).

4. Il mare

Quello di Doris è un viaggio di ritorno dalla Lontananza-Dimenticanza, dall’Oblio, dalla Memoria della propria Itaca, luogo nel quale non si è mai realmente stati, né mai partiti; è andar per mare senza saper navigare, né nuotare, è prendere il timone con gli occhi bendati e attraversare uno stretto senza carte né fari, entrare “nell’onda bugiarda/ di velieri agitati/ Che torna e ti prende/ mi trattiene e mi squassa/ il mio cuore è una pista in un mare di ghiaccio/ dove in pattini d’oro / tu mi solchi e io vivo (vds.pag.23).
E’ arrivata in un punto imprecisato dell’immenso mare dell’esistenza, in quel giro di boa, dove un cambio di rotta ti vira la vita, dove un segno anelato nel buio della notte le appare. Ed è lì che l’aspetta qualcuno o qualcosa di fatale e irrevocabile, che unisce e divide, che divora e respinge, che fa veleggiare illusioni e sprofondare emozioni, che imbarca passeggeri di amori clandestini e getta a riva sogni d’impossibili passioni. Succede sempre così quando il cuore raggiunge il livello del mare. Ti trovi tra l’abisso e la luce, tra la fuga e lo stallo, dove spesso l’amore diventa dolore (e io bevevo palpiti/ stagioni di germogli/ lampare modulanti e fiotti di veleno/ per riprodurti immenso/ maestrale del mio volo/ sussurro da ingoiare / un divenire muto – vds.pag.24).

5. La complice

Ho conosciuto Doris frequentando quell’immenso scenario-palcoscenico globale, quella planetaria mensa mediatica che è face book, diventato ormai luogo di tutti i destini incrociati. E’ una donna intensamente bella e fragile, sensibile e spietata, fatta di comunione amorosa e bisturi, di rêverie dell’insonnia leggera, di quella materia ardente e impalpabile di cui son fatti i sogni, una donna elegante, di arpeggi leggeri e bassi arrotondati, stile profondo rosso, ritratto e volo, ciclo notturno, crisi finale, congedo dal suo fantasma notturno, incubo di fiati e cadute nell’inferno, perseguitata, dilaniata, straziata ogni notte dall’angelo terribile, tremendo di Rilke (…”E così mi trattengo e serro in gola il richiamo / dell’oscuro singulto”), una donna che ha le stimmate impresse della poesia, che è conoscenza dell’altrove, ma anche bisogno del divenire. Poesia è “lo slacciare dei non voglio… tremula certezza/ che d’amore brucia/ Tormento dell’ardire/… rosa acuminata/ rossore che divora/ tramonto che non cola” – (vds.pag.26). Ma poesia è anche facoltà di essere nelle cose che riesci a percepire nella loro pienezza, essere tu stessa una cosa sola, formare un tutt’uno con lo spazio, un’unione conoscitiva in una nuova forma verticale, essere continuamente sballottata nelle ascese e nelle cadute dell’anima. La poesia non è scrivania – diceva Carrieri – e tanto meno carta… “/ produce gelo fuoco/ e un certo vuoto…/ La poesia è in alto/ e anche in basso/ dove crescono semi/ fiumi e vermi”. Doris lancia sassi da tutte le parti, “le sue poesie, i suoi corsivi graffiano i vetri e la superficie delle cose e lasciano segni forti, incisivi, è implacabile e spietata, ma soprattutto con se stessa”. E’ come il poeta di Borges. Deve essere la Complice di se stessa, la croce e i chiodi mentre viene crocifissa, il calice e la cicuta mentre beve il veleno, il fuoco e l’inferno mentre brucia, deve giustificare tutto ciò che la ferisce, bere il fiele e dire: “Com’è dolce questo fiele/ gronda sensi e mani strette/ segni ai palmi di un resistere/ che assale, stringe il petto/ Un sorso solo, non un lamento/ bocca offerta con sorriso di ciliegie / ultimo bacio freddo al cielo / di tormento già concluso (vds. pag.28)”.

6. Il latte sulla porta

“Quando scrivo – dice Doris – “è come cercare di lasciarmi sovrapporre/abbracciare dalla mia immagine nuda in uno specchio”, e ciò mi rimanda con la memoria a Rilke, a Parigi, stupito, scosso dinanzi all’autoritratto di Cezanne, in cui il grande pittore francese si era guardato allo specchio senza interpretare la sua espressione, o guardarla con superiorità, ma aveva ripetuto se stesso con la più umile fedele partecipe oggettività che può avere un cane che si vede nello specchio e pensa: là c’è un altro cane. Doris non cerca di abbellire se stessa, né adornare la propria spiritualità, si descrive com’è, come farebbe una Emily Dickinson dei nostri tempi (“sono piccola come lo scricciolo, con i capelli di un castano intenso, color della lappa, mentre gli occhi hanno la sfumatura dello sherry rimasto sul fondo del bicchiere degli ospiti”), e che tuttavia, pur rimanendo tappata nella sua stanza, senza voler incontrare nessuno, farebbe uso anche lei del computer, e magari si farebbe un blog tutto suo, come Doris, e cercherebbe dei contatti con altre persone sensibili, con i frequentatori di quel nulla infinito e misterioso che è la poesia (“Se leggo un libro e mi sento gelare in tutto il corpo così che nessun fuoco mi può scaldare, allora so che quella è poesia. Se provo la sensazione che mi scoperchino la testa, allora so che quella è poesia”), anche lei, come la Bragagnini, lascerebbe il latte sulla porta dell’”Oltreverso”, un invito ad entrare, o a far uscire chi è già dentro (Emily, chiusa nella sua stanza, aveva un topo che le rodeva il fegato, Doris tanti spettri ibseniani). Il latte sulla porta forse come esca, come gioco doloroso, sottile inganno, ma anche come simbolo perenne di maternità, di nutrimento, di creatività femminile.

7. I critici di oggi

Anche Emily avrebbe tutta una serie di “amici”, sensibili come lei, poeti, musicisti, artisti, funamboli dello spirito, che però non avrebbe mai voluto incontrare “fisicamente”, e non per timidezza, ma per pudore di se stessa, per non dover deludere le loro aspettative. E tuttavia avrebbe dato loro costante testimonianza d’affetto e di estrema delicatezza inviando loro dei doni dello spirito, poesie e i fiori del suo giardino. Così fa Doris, che ama molto questi amici del web e non potrebbe fare a meno di loro. Ama i loro ciao sorridenti, le loro impressioni, i loro consigli, le loro critiche: “Doris è nuda e pura: c’è tanta pulizia nelle sue cose”; “E’senza falsi pudori o ipocrisie”; “Sente forte l’anelito della libertà, risale una china sempre difficile e impervia, va all’osso dell’osso delle cose, le scarnifica, vuole la verità”; “La sua poesia è armonia, è musica, la scelta raffinata che fa dei vocaboli, rappresenta un vero e proprio elogio della parola, la sua è una ricerca continua, incessante, un carillon di parole, in cerca della Verità”. Oggi questa è la critica moderna, non quella paludata dei convegni e dei simposi letterari. Viene fatta al volo salendo sulla giostra del web dagli stessi poeti, scrittori, artisti navigatori, esploratori di Poesia e Bellezza. Questo tipo di critica può diventare (in alcuni casi già lo è) un vero e proprio atto creativo, stimolante e illuminante. Leggiamo, ad esempio, quel che scrive Paola Puzzo Sagrado: “La sua è Poesia d’istinto che, a un certo punto, accade! Vera, inesorabile e senza sconti. Per leggerla bisogna essere disposti a lasciarsi travolgere in un vortice, a esplorare tutti i toni del rosso, a bruciarsi e, non di rado, a tagliarsi. Doris è anche maestra del tocco. Capace di rallentare il tempo, di indirizzare la mente sul gesto, di affilare al massimo il verso nella sensualissima e femminile, perenne e strenua lotta tra passione e gelo”.
E Abele Longo: “ Il corpo, mappa e universo, è sfiorato da una panoramica di dettagli e primissimi piani. Centro che si stacca dalla sua gravità. Più che il vagheggiamento di una fuga, un contrappunto che si libera nell’anima. La “pelle” da schermo che protegge si fa organo a se stante. Portata alle sue conseguenze più estreme, la lacerazione/squarcio da cui prendere il volo. Una sfida sempre aperta, il coraggio di essere sempre altro, come consiglia lei stessa. L’abbandonarsi alla vertigine della curva, alle “pieghe infinite” (Deleuze): “piega su piega, piega secondo piega”. La poesia che si manifesta nella bellezza di un frutto – senza scorza – “.

8. Da London a Weil

Spesso i nostri giorni sono una rete di comuni miserie ma Doris li sa tramutare, trasfigurare nell’oro della sua ombra, nel fiore silenzioso di un giardino spento, in una pausa della luce, nel palpito di vocali, nella trasparenza di uno sguardo (“Me ne andrò… (ma sì)/ dietro un velo d’organza/ con lo sguardo redento/ estromessa dal gioco – vds.pag.76). Certe volte essere tempo e memoria è una condanna, la storia diventa punizione, c’è l’ingiustizia di “ essere”, di vedere intorno a se le cose che soffrono nella loro solitudine e nel loro abbandono. E anche lei soffre con le cose la privazione di sé (… potrei morirmi tra le braccia – ora -/ tanto stringo quanto manca/ soffocando di parole inerti/ restituendo al mondo quanto non ho tolto – vds. pag.90). Certe notti diventano sangue, oro avorio, notti da lupi nelle sue mani (… l’andirivieni della notte con i suoi alterni opali/ pasti indotti, di una giovane falena// tendimi la pelle/ fanne un tamburo per giorni muti – vds.pag.82). Nella sua poesia che attinge alla sentina della sua coscienza-memoria-anima e del suo patrimonio culturale c’è un po’ di tutto, da London e il ritorno all’istinto, la lotta dell’individuo contro le leggi giuste e violente della natura e della società (Erano i giorni delle unghie scheggiate / tra gli spazi tanto freddo e / il ruvidore precipitava l’ululo… vds.pag.83), a certi incipit che ricordano il Pavese di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi “, (“ Sarà come lavarmi il viso/ sorprendere di fresco gli occhi chiusi/ e sbatterli di nuovo (e ancora) menta fino al verde – vds.pag.91). In alcuni versi c’è addirittura un ché della musicalità pascoliana, con tutto il suo male cosmico che illumina le cose, e in altri ancora ritrovi quegli splendenti inferni joyciani, nei suoni che catturano la sera, nel destino d’inventare incubi alla Poe, che temeva l’ombra amorosa in cui i suoni catturano la sera, o il richiamo alla “Talpa” di Kafka, e quello delle grandi anoressiche d’ogni tempo, a partire da Antigone, “ragazzina che emette acuti lamenti, come un uccello impazzito”, la “murata viva”, la guardiana dei valori, che sfida le leggi promulgate dal potere politico in nome di un’altra legge, quella naturale, non scritta, ereditata dagli antenati o Elisabetta d’Austria, la famosa “Sissi” (…”Avreste forse l’audacia/ di credere di potermi avere?/ Mortale è il mio freddo ardore/ e io danzo sui cadaveri”), Silvya Platt (“Morire /è – come ogni cosa – un’arte/ ed io la pratico mirabilmente) e, infine, Simon Weil, col suo ostinato rigore mistico e rivoluzionario che riscatta la dignità e il valore degli ultimi, i derelitti, gli operai delle fabbriche, così come lei, Doris, conferisce dignità alla Poesia usando gli strumenti dell’autenticità, intensità, coraggio, ma anche estrema umiltà (non lo sapevo allora/ lo credevo malattia, vincolo segreto/ da scontare in mimetica d’assalto:/ il grembiule d’ordinanza – vds.pag.94).

9. Conclusione

In poesia, – scrive Paz -, la tecnica si chiama morale, non manipolazione, ma passione e ascetismo. E il vero poeta parla con gli altri quando parla con se stesso, ed è tutto ciò che fa Doris. La sua poesia è difficile? I suoi testi sono talora ermetici? E’ vero. Per compiersi, hanno bisogno dell’intervento di un lettore atto a decifrarli, ma ciò vale anche per i testi “aperti”, c’è sempre bisogno di un “appoggio di meditazione”. Chiunque “apra” una poesia in cerca di “questo” o “quello” trova sempre un’altra cosa. Capiterà anche a coloro che leggeranno questa silloge. Perché il testo, qualunque sia, esige l’abolizione del poeta che lo scrive e la nascita del nuovo poeta che lo legge, il lettore.
Mesi fa avevo scritto a Doris che le due citazioni in epigrafe di Tina Modotti e, soprattutto quella di Rilke, mi sembravano una sorta di dichiarazione d’intenti, una delle possibili chiavi di lettura. Due personalità appartate, introverse, d’animo nobile, con gravi scompensi d’ordine esistenziale. Avevo poi soggiunto che avrei parlato volentieri dei suoi versi, non da critico (“niente di peggio che la critica per un poeta!), ma da fraterno lettore che, però, non fa sconti. In fondo ogni lettore è un altro poeta; e ogni testo poetico un altro testo. E la poesia non è di chi la scrive, come aveva detto Massimo Troisi nel “Postino”, ma di chi gli “serve”. Forse nei suoi versi si troverà la drammatica urgenza di Rilke nel cercare di salvare l’uomo dalle sue cose immonde, per scoprire, alla fine, che l’unico modo per salvarlo è quello di trasferirlo in un invisibile “spazio interiore ” identificato e difeso dal verso poetico. Insomma, una spirale, cara Doris. La tua poesia arde senza bruciarsi, è coraggiosa, talora spietata, fino all’autodistruzione, una lotta continua con te stessa e l’altra te stessa, ma è una poesia vera, umana, nobile, pura, fraterna, di una suprema grazia ed eleganza, un abito in trasparenza, pur nel dolore. Dell’esito dell’”Oltreverso” nessuno può dire, né del latte sulla porta. “Verso dove,/ verso quali regni,/ verso quale libertà andate e ci portate?”. Ma una cosa può e deve consolarti, come dice Pessoa: “ Tutto vale la pena, se l’anima non è angusta// E tutto se ne va in autunno, nella tenerezza indifferente dell’autunno”…

________________________Augusto Benemeglio Roma 29 ottobre 2011_

scheda libro ZONA edizioni

“La Poesia e Lo Spirito”,
recensione di Augusto Benemeglio

“Cartesensibili”,
recensione di Elina Miticocchio

Cronache di Mutter Courage”,
 recensione di Anna Maria Curci 

“Words Social Forum”,
recensione di Mezzanotte (B.C.)

“Word Social Forum”,
recensione di Sebastiano Patanè

“ViaDelleBelleDonne”,
recensione di Narda Fattori

“ViaDelleBelleDonne”
recensione di Plinio Perilli

“Linea Carsica”,
recensione di Gianluca Conte

“La Dimora del Tempo Sospeso”
selez. testi e recens. A. Benemeglio

“Giardino Dei Poeti”,
menzione di Sebastiano Patanè

“Poetarum Silva”
recensione di Giorgio Contis

“Giardino Dei Poeti”
Recensione di Fernando Della Posta

book trailer e alcune poesie dalla silloge: Issando Il gesto, Così é, Il ripiano, Oppure un

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5 risposte a “OLTREVERSO il latte sulla porta”

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  2. E” la prima volta che ti incrocio sul blog, complimenti Doris, per l’originalità dei tuoi brani. Anche se c’è ermetismo, bisogna andare oltre per una meditazione
    e scavare in profondità. Cercherò per il futuro tue letture e approfondire le mie conoscenze!
    Grazie!
    Dora

  3. Benvenuta Dora, mi fa piacere ritrovarti, ricordo bene quanto ami la poesia…

    D.

  4. HO la visione di un diamante nero, prezioso e segreto. Oltre verso, la vocazione della poesia, non è così accomodante o socializzante, e ” non lo sapevo allora/ lo credevo malattia, vincolo segreto/ da scontare in mimetica d’assalto:/ il grembiule d’ordinanza”. Proprio così. Grazie.

  5. Ti ringrazio Meth