sweet, sweet, my hungry sweet melody, sweet…

osserverò le piume alzate contro il vento che
il tuo gorgheggio solleverà nel vuoto intabarrato
e lì, a colpire dove il fianco è muto e
cola l’ombra – rovesciata –
sulla rotondità del giglio oscuro
reciderò gli stami
scivolando al fondo di quel ringhio d’altro canto
da serrare, tra le mie parole nude

erano i giorni delle unghie scheggiate
tra gli spazi tanto freddo e
il ruvidore precipitava l’ululo
a lisciarle sulla faccia ma, non era la paura
a stringere nei nastri l’andirivieni di quel fronte
che vedevo nei suoi occhi
piuttosto un velo, patinato su quel bianco
sopraggiunto come schiuma di

– distacco –

per hungry sweet melody, di Doris Emilia Bragagnini

Precipitando di punto in punto (solo due occorrenze: dal “vuoto intabarrato” al “fianco muto” – dall”andirivieni” al “distacco”) fila si sfila (ma alla fine, in un certo senso, tutto si defila) la serialità dei verbi: osservare, sollevare, colpire, colare, recidere, scivolare, serrare, precipitare, lisciare, stringere, sopraggiungere.
Ognuno di questi predicati è contenuto in tutti gli altri, e tutti insieme – formando una serie – concorrono alla definizione (figurazione e defigurazione) del senso, o meglio: della messa in mobilità dei “sensi” che lavorano per il senso.
Ragionando in termini di sostituzione e di relazione ognuno di questi predicati è legato agli altri e potrebbe sostituirlo; e tutti insieme, relazionandosi, rendono intelligibile la sfera del sensibile, ovvero la corporeità.

L’asse paradigmatico si snoda attraverso locuzioni ora metaforiche (vuoto intabarrato / rotondità del giglio oscuro / ringhio d’altro canto), ora sinonimiche (cola-precipitava / serrare-stringere), ma non disdegna la cosiddetta riconciliazione dei contrari (ruvidore-lisciare).
La scansione poetica permette ai propri “punti” di precipitare attraverso un processo che definirei semanticamente matematico.
Tutto coincide, tutto si amalgama perfettamente, tutto sembra naturalmente dato e dovuto.
E la chiusa ci fa capire che il “sopraggiungere”, ovvero la gettata in cui si designa la “venuta”, se da un lato potrebbe essere considerato il giusto compimento, dall’altro lato inaugura la dissoluzione del “gesto”.
Del resto la dissoluzione è presente fin dalle prime battute (piume, vento, vuoto, ombra che cola) e si rinnova conclamandosi in quel “velo” (trasparenza, inconsistenza, impalpabilità) che chiude la danza.

Questa poesia parla e si parla (induce l’ascolto e si pone all’ascolto di sé) nel senso propriamente letterale, ovvero: dice le parole. E non si accontenta di dire, si concede il lusso di scandire e di drammatizzare.
Come avviene tutto ciò?
Molto semplicemente attraverso una sorta di forclusione: l’innesto di una regressione animale al “prima delle parole”, a una originarietà (o pre-originarietà) in cui il linguaggio era propriamente gutturale. Il diktat si snoda, in maniera progressiva (e quindi semanticamente matematica), sulla linea metamorfica “gorgheggio/ringhio/ululo”. L’insieme di queste tre emissioni figura e sfigura quello che Doris definisce “altro canto da serrare tra le mie parole nude”.
L’andirivieni poematico è essenzialmente onomatopeico (come a rafforzare la corporeità che qui si respira a pieni polmoni) ma è messo in abisso all’interno delle “parole nude”.
Le parole nude, parole poetiche di un corpo esposto, in un certo senso intatte, contengono in nuce tutta una serie di altre parole, per così dire, smembrate, spartite, animalizzate, forcluse.
Cosa sono le parole nude?
Sono, forse, le parole tese a “spaziarsi” nell’esposizione.
Si espongono alle unghie scheggiate o, se preferite, espongono le proprie unghie scheggiate.
Ma la nudità di cui sono pregne può rendere il tutto una “dolce melodia”, anche nell’inevitabile “distacco” che conclama e vanifica il gesto.

(Enzo Campi)

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